Lettera a Gad Lerner


con riferimento all’ “Infedele” del 17/10/2011
sulla manifestazione a Roma degli “indignati”

Caro Lerner apprezzo molto la Sua trasmissione che, quando posso, vedo volentieri.
L’apprezzo in particolare per due Sue qualità: la Sua preparazione sugli argomenti che tratta, e la
Sua capacità di gestire relatori, con idee reciprocamente molto contrastanti, senza che il dibattito,
come succede spesso in altre trasmissioni simili, degeneri in un battibecco noioso ed insostenibile .
Ma Le devo confessare che la trasmissione del lunedi 17 c.m. sugli “inidgnati”, pur molto
interessante, mi ha lasciato perplesso per due principali ragioni.
La prima cosa che mi ha colpito é la sua frase, rivolta ai giovani manifestanti “indignati”,
accampati in una piazza di Roma, nella quale mi è parso che Lei sostenesse che avere come meta
la rivoluzione comportasse necessariamente accettare la violenza. La sua frase non era esattamente
questa ma altri ascoltatori, oltre a me ed a mia moglie, possono aver recepito questo. Come è
possibile che lei non sappia che il secolo passato è stato caratterizzato da rivoluzioni nonviolente
vincenti, in India, Filippine, Polonia, Sud Africa, ecc. ecc. mentre invece le rivoluzioni violente
hanno avuto risultati molto più modesti e contraddittori? In una ricerca di due studiose di Harvard
(USA), su 323 rivoluzioni degli ultimi 100 anni risulta infatti che quelle nonviolente sono state
vittoriose nel 53% dei casi contro solo il 26% di quelle violente (Drago,Le rivoluzioni nonviolente
dell’ultimo secolo, Ediz. Nuova Cultura,Roma, 2010,p.48). D’altra parte Lei stesso ha dedicato
alcune belle trasmissioni alle rivoluzioni nonviolente nei paesi arabi e avrà sicuramente letto che in
queste un ruolo importante l’ hanno avuto gli scritti di Gene Sharp, in particolare quello su come
abbattere le dittature con la nonviolenza (Ediz. Chiarelettere, 2011), tradotto in 36 lingue del
mondo, con, in appendice, le 187 tecniche nonviolente che tutti i giovani rivoluzionari, sia dei paesi
dell’Est (le rivoluzioni arancioni), sia dei paesi arabi (le rivoluzioni gelsomino) hanno letto,
studiato ed imparato. Grazie alla possibilità per docenti universitari, come sono stato tutta la vita, di
avere licenze per studio, ho lavorato con Sharp, ad Harvard, per due anni diversi per un complesso
di 6 mesi. La sua frase citata mi ha fatto temere, ma spero di sbagliarmi, che lei non conosca Sharp
e che abbia perciò una scarsa comprensione della nonviolenza in generale, per la quale i libri di
Sharp (non solo quello citato, ma anche quelli curati dal Movimento Nonviolento pubblicati dalla
EGA) sono fondamentali.
Ma anche le risposte e le dichiarazioni dei giovani indignati, sia presenti nella sala della
TV che nella piazza di Roma, mi hanno colpito per la stessa ragione. Chi ha letto Sharp sa che l’uso
della violenza in una manifestazione nonviolenta è controproducente. Per questo, nella strategia
nonviolenta, uno dei punti fondamentali è quello di una scelta oculata degli strumenti di lotta, tra i
quali quelli violenti sono completamente da escludere, anche per evitare che si possa equivocare
sui rapporti tra i nonviolenti ed i violenti. E nei training di preparazione per la lotta nonviolenta,
indispensabili per fare lotte serie e possibilmente vincenti, si insegnano le tecniche per isolare i
provocatori che si insinuano facilmente tra i gruppi violenti. Preparazione che gli indignati non
hanno fatto, con un comportamento di tipo spontaneistico che non ha potuto nè saputo controllare i
violenti, lasciando loro la possibilità di distruggere molti beni materiali, e di impedire anche, nei
fatti, alla stragrande maggioranza dei partecipanti di esprimere fino in fondo la loro indignazione in
modo nonviolento. In una delle prime dichiarazioni lette dai giovani di Roma alla sua trasmissione
si dà la responsabilità di questi atti violenti alla violenza del sistema, ma, pur facendo, poi, varie
opzioni di scelta nonviolenta, si è anche dichiarato che si accettano modalità diverse di lotta,
lasciando quindi spazio ad un accreditamento anche della violenza come forma di lotta legittimata.
Ed infatti non ho sentito da loro, in quella trasmissione, una netta condanna della violenza
perpetrata a Roma. E questo è vero anche per il documento di base degli studenti spagnoli ai quali
gli italiani si collegano, dove pure si accettano forme di lotta diverse da quelle nonviolente.
Sembra che gli “indignati” non abbiano ancora capito che, in tutti i paesi del mondo, compreso il
nostro, i servizi segreti cercano sempre di trasformare le lotte nonviolente, in violente, per poterle
gestire meglio e poter criminalizzare così l’opposizione. Un ulteriore elemento di critica agli
indignati, almeno a quelli di lunedi sera, è la loro limitata risposta alla domanda, ripetuta varie
volte, dell’on. Stracguadanio (si scrive così?), su dove trovare i soldi per finanziare tutti quei
servizi (scuola, ricerca, servizi sociali, ecc.ecc.) che i giovani, giustamente, richiedono (oltre
naturalmente al diritto al lavoro che è la loro richiesta fondamentale, negata da questo modelo di
sviluppo, ma di cui l’onorevole citato non ha parlato). Uno degli indignati presenti alla trasmissione
ha accennato, giustamente, all’opportunità di una tassazione delle transazioni monetarie (la
cosiddetta Tobin Tax), ed ad tassare i ricchi, in particolare i dirigenti che guadagnano cifre
astronomiche, soprattutto se rapportate a quelle dei loro dipendenti. Ma nessuno di loro ha fatto
riferimenti alle enormi spese militari, che se ridotte o addirittura abolite, lascerebbero spazio sia
per finanziamenti allo sviluppo che per i servizi sociali indispensabili. Tanto più che la cosiddetta
guerra al terrorismo, che è la motivazione data per la guerra in Iraq, prima e, poi, per quella in
Afghanistan, invece che distruggere il terrorismo lo sta alimentando a dismisura. Su questo si veda
il bell’articolo del premio Nobel per l’Economia. Amartya Sen, pubblicato nel Quadern n. 17, del
2007, della Fondazione Balducci, di Firenze. Sull’importanza della riduzione dell spese militari, e
della eliminazione dell’esercito, per un valido sviluppo si veda l’esempio del Costarica. Questo
paese, grazie all’eliminazione dell’esercito nel 1948, è in pace da quell’anno, ed ha uno sviluppo
economico doppio rispetto ai paesi vicini, che sono invece molto impegnati in guerre. Si veda la
relazione del Vice Ministro dell’Ambiente e dell’Energia di quello stesso paese Ana Lorena Guevara
al VII Forum Internazionale del Vivere Civile a Cuneo. Essa ha sostenuto che la ragione per la
quale il suo paese, per vari anni, si è aggiudicato il premio per il maggiore tasso di felicità dei
cittadini (l’85% si dichiara tale) è il fatto di aver risparmiato soldi grazie all’assenza delle forze
armate, e l’averli investiti invece nell’educazione e la salute, e nella tutela della biodiversità e delle
risorse naturali (“Costa Rica: la ricetta per la felicità”, in, Nonviolenza, n.2, marzo 2011, p. 7).
Ci sarebbero tante altre cose da dire su questo argomento, ma, per il momento, mi fermo qui,
sperando che la discussione su questo tema possa continuare ed essere ulteriomente approfondita,
specialmente dato che tra non molto si festeggierà, il 4 Novembre prossimo, la cosiddetta Festa
delle Forze Armate.
Cordiali saluti, Alberto L’Abate (già docente di “Sociologia per la Pace” e di
“Metodologia di Ricerca per la Pace” all’Università di Firenze, ed ora docente di quest’ultima
materia, in inglese, per corrispondenza, presso la Transcend Peace University di Basilea, fondata
da Johan Galtung).

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